Questo sito utilizza i cookie. Proseguendo nella navigazione si acconsente all’utilizzo dei cookie in conformità con i termini di uso espressi nella policy visualizzabile al pulsante "Policy".

Psicologia Clinica

Modulo Contatti

Contatti

Il Disturbo d’Ansia Generalizzato (DAG) è un disturbo d’ansia molto diffuso, caratterizzato da ansia e preoccupazioni eccessive che si manifestano per la maggior parte del tempo nei riguardi di una quantità molto elevata di cose, eventi o attività.

Le persone che ne soffrono trascorrono gran parte della giornata a preoccuparsi (anche detto rimuginare) e la maggior parte di essi ritiene di preoccuparsi eccessivamente per questioni di poco conto.

In genere il contenuto delle loro preoccupazioni riguarda tematiche quali famiglia, denaro, lavoro e salute. Ovviamente le preoccupazioni, durante il corso della vita, si adattano alle diverse situazioni ed età e infatti quelle delle persone anziane riguardano maggiormente la salute e meno le questioni lavorative. Può essere presente anche in età evolutiva; in questo caso le preoccupazioni riguarderanno capacità e qualità delle proprie prestazioni (scolastiche, sociali, sportive, ecc.).

Il soggetto affetto da DAG rimugina continuamente, ripete mentalmente a sé stesso che le cose andranno male e che qualcosa di brutto potrebbe capitare da un momento all’altro, ma non sa esattamente che cosa accadrebbe se le cose andassero davvero male.

La minaccia temuta, infatti, nonostante sia vissuta come qualcosa in grado di arrecare un danno irreversibile e irreparabile, è astratta e manca di concretezza. È tipico del DAG ritenere di non saper affrontare la minaccia temuta nel caso si verificasse davvero.

Chi soffre di DAG non riesce a smettere di preoccuparsi, la preoccupazione è vissuta come incontrollabile e questo ovviamente interferisce con i compiti che sta svolgendo o che deve svolgere nel prossimo futuro.

Non dobbiamo pensare, tuttavia, che preoccuparsi sia una cosa anormale. Il rimuginio è, infatti, un fenomeno normale e comune all’esperienza di tutti, non una caratteristica esclusiva dei soggetti ansiosi. Tutti noi rimuginiamo di tanto in tanto. Bisogna però fare una differenza tra rimuginio patologico e rimuginio non patologico. Ciò che differenzia le due cose non è assolutamente il contenuto del rimuginio (cioè, ciò di cui ci preoccupiamo), bensì il numero di problemi su cui rimuginiamo, il tempo che perdiamo nel rimuginare, quanto questo interferisce con le nostre normali attività quotidiane, ma soprattutto il significato che attribuiamo alla preoccupazione stessa.

 “La preoccupazione è un’esperienza umana comune. Ognuno si preoccupa ogni tanto, per un po'. Quando ciò diventa eccessivo, incontrollabile e cronicamente presente, tuttavia, il disagio costante, il disturbo e la perdita della gioia di vivere possono diventare intollerabili e causare una condizione nota come disturbo d'ansia generalizzato la cui caratteristica principale è un rimuginio cronico”. (Borkovec T.D., Ray W.J., Stober J., 1998).

Ma vediamo in maniera più schematica quali sono le domande che dobbiamo porci per capire se le nostre sono preoccupazioni associate ad un rimuginio patologico o normali preoccupazioni della vita quotidiana, correlate quindi ad uno stato di ansia non patologico:

  • Quante preoccupazioni ho e quanto spesso mi accorgo di preoccuparmi? Questo interferisce con quello che devo fare nella mia giornata/vita?

La prima caratteristica da prendere in considerazione è il numero e la frequenza delle preoccupazioni. Nel rimuginio patologico le preoccupazioni sono eccessive, sono così tante e pressanti che interferiscono con il normale funzionamento psicosociale della persona.

  • Di quante cose diverse mi preoccupo?

Maggiore è il numero degli ambiti di vita interessati dalla preoccupazione del soggetto (lavoro, salute, amore, famiglia, denaro, ecc.), più è probabile che si tratti di un DAG.

  • Quanto tempo spendo a preoccuparmi?

Le preoccupazioni associate ad un’ansia patologica hanno una durata maggiore, mentre le preoccupazioni della vita di tutti i giorni occupano la nostra attenzione per una quantità di tempo inferiore.

  • Penso di poter controllare le mie preoccupazioni se lo volessi?

Un’altra caratteristica che ci permette di distinguere un rimuginio normale da uno patologico è la percezione della sua controllabilità/incontrollabilità: i pazienti con DAG, infatti, percepiscono di non avere alcun controllo sulle proprie preoccupazioni. Le normali preoccupazioni, invece, sono percepite come più gestibili e possono essere accantonate quando sorgono questioni più pressanti a cui dare attenzione.

  • Quanto mi preoccupo percepisco sintomi fisici fastidiosi o spiacevoli?

Le preoccupazioni associate ad un DAG sono sempre accompagnate da sintomi fisici dovuti alle costanti preoccupazioni, a differenza di quanto accade per le preoccupazioni della vita di tutti i giorni. Oltre alla tensione muscolare, infatti, si possono presentare sintomi quali tremori, scosse, dolori muscolari, sudorazione, nausea, diarrea e condizioni come la sindrome da intestino irritabile o l’emicrania.

Ma perché ci preoccupiamo? Che funzione ha il rimuginio?

Il rimuginio è intenzionale, questo vuol dire che le preoccupazioni iniziano per volere dalla persona stessa. Ma perché avviene questo?

Alcuni autori hanno ipotizzato che il rimuginio venga stimolato dal fatto che il rimuginatore stesso gli attribuisca delle funzioni positive, cioè sia convinto che rimuginare porti a qualche vantaggio, come la riduzione a breve termine dei sintomi d’ansia.

Una seconda ipotesi avanzata è che il rimuginio venga utilizzato come strategia di risoluzione di problemi. Il rimuginio, infatti, è pur sempre un’attività cognitiva, anche se povera e ripetitiva e capita che possa essere scambiata con un pensiero produttivo. Molti ansiosi ritengono di stare affrontando il problema, rimuginando, ma in realtà si tratta di una strategia vuota e fallace in quanto non porta mai alla elaborazione di soluzioni.

Interessante è anche l’ipotesi dello “scudo emozionale”, in cui il soggetto sarebbe consapevole dell’inutilità del suo rimuginare ai fini della risoluzione dei problemi, ma ritiene che preoccuparsi lo potrebbe aiutare ad affrontarli e a sopportarli meglio nel momento in cui dovessero arrivare.

Il rimuginio potrebbe essere ritenuto anche una strategia di distrazione da preoccupazioni ancora peggiori, difendendo il soggetto da timori più catastrofici e ben più carichi emotivamente.

Perché il rimuginio, che abbiamo detto essere qualcosa di normale e comune all’esperienza di tutti, ad un certo punto diventa patologico?

Secondo il Modello Metacognitivo di Wells (una forma di psicoterapia di recente sviluppo che ha introdotto un nuovo modo di pensare ai disturbi psicologici), le persone utilizzano il rimuginio come strategia. Preoccuparsi gli serve per anticipare eventuali problemi futuri e per prepararsi ad affrontarli. Tutto ha inizio con un pensiero negativo del tipo “E se succedesse…?” al quale la persona risponde con una preoccupazione. Questo accade perché le persone hanno credenze positive sulle preoccupazioni, ovvero ritengono che servano a qualcosa.

Ecco alcuni esempi di credenze positive sulle preoccupazioni:

  • Preoccuparmi mi aiuta ad affrontare le difficoltà;
  • Se mi preoccupo sarò preparato agli eventuali pericoli;
  • Preoccuparmi mi fa mantenere tutto sotto controllo;
  • Se mi preoccupo riesco ad anticipare ed evitare i problemi.

Fin qui nessun problema, è più o meno quello che accade ad ognuno di noi. La preoccupazione genera una reazione emotiva di ansia, la quale poi si riduce nel momento in cui la persona comprendere che sarà in grado di affrontare la situazione.

Cosa succede, invece, nelle persone che sviluppano un DAG?

Un ruolo determinante in questo caso ce l’hanno le credenze negative sulle preoccupazioni che si attivano dopo che la persona ha già iniziato a rimuginare. Le credenze negative dicono alla persona che preoccuparsi è pericoloso ed è qualcosa che non potrà più essere controllato.

La persona inizia, così, ad essere preoccupata per il fatto di essere preoccupata e ovviamente sperimenta un aumento dell’ansia accompagnata dalla sensazione che non sarà in grado di affrontare la situazione.

A livello emotivo l’ansia aumenta e ciò va a confermare le credenze negative, in quanto la persona le interpreta come una dimostrazione della pericolosità della preoccupazione. Se ne convince sempre di più.

A livello comportamentale la persona inizia ad evitare tutto ciò che potrebbe innescare la preoccupazione oppure cerca continue rassicurazioni, cerca di distrarsi, ecc. 

A livello cognitivo cerca di sopprimere i pensieri che potrebbero scatenare la preoccupazione. Ovviamente tutti questi tentativi non fanno altro che rafforzare la convinzione dell’incontrollabilità e della pericolosità della preoccupazione.

In conclusione, tutti i comportamenti e le strategie che il soggetto mette in atto al fine di evitare gli effetti negativi, gli si ritorcono contro come un boomerang: mantengono vive le preoccupazioni e rafforzano le credenze negative di pericolosità e incontrollabilità delle stesse. La persona entra così in un circolo vizioso e dà origine al rimuginio cronico, con tutto quello che esso comporta.

Va ricordato che, sia per la diagnosi che per la risoluzione di questo tipo di problemi, bisogna rivolgersi ad uno psicologo abilitato, controllando che sia iscritto all'albo nazionale.

Dott.ssa Rossella Manzione
Psicologa. Psicoterapeuta.