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Psicologia Clinica

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Se avete un figlio di età inferiore ai 3 anni, spesso sentirete porvi domande di questo genere: ha già iniziato a parlare? Quali sono state le sue prime parole? Riesce a farsi capire quando parla?

Il linguaggio è la facoltà più importante dell’essere umano, quella che ci distingue in modo elettivo dalle altre specie veicolando anche lo sviluppo cognitivo e l’espressione di alte competenze parallele.
Per questi motivi la sua acquisizione nei bambini suscita tante attenzioni: genitori, pediatri, educatori, persino parenti e amici sono molto interessati alla questione, tutti vogliono sapere se e come parla il vostro bambino, tutti fanno osservazioni a riguardo.

La presenza di una buona capacità comunicativa è quasi sempre sinonimo di un sano sviluppo generale e, in caso contrario, uno dei primi sospetti che qualcosa non stia funzionando a dovere.

Sospetto ragionevole, poiché un ritardo o difficoltà nell’acquisizione del linguaggio si presentano spesso in quei bambini che hanno disturbi o ritardi dello sviluppo, ma questi aspetti non sempre sono collegati, accade non di rado infatti che anche bambini senza alcun tipo di problema inizino a parlare in età più avanzata rispetto alla media.

Sono definiti late talkers quei bambini che, pur mostrando uno sviluppo cognitivo nella norma con buone competenze adattive e socioemotive, raggiungono un’ampiezza di vocabolario inferiore alle 10 parole tra i 18 e i 24 mesi o ne utilizzano meno di 50 senza combinazioni di almeno 2 parole tra i 24 e i 36 mesi.

Quando questa situazione si verifica in bambini che vivono in famiglie bilingui, molto spesso il rallentamento nello sviluppo del linguaggio viene attribuito proprio all’esposizione costante a due codici distinti, sembra intuitivo e ragionevole pensare che imparare due lingue contemporaneamente sia più faticoso e possa creare confusione nel bambino.
Ma è proprio così?

L’apprendimento del linguaggio avviene in modo naturale, senza alcun insegnamento esplicito, semplicemente il bambino è esposto ai suoni del parlato fin dalla fase gestazionale, durante la sua vita condivide con le figure di accudimento routine ed esperienze in cui la comunicazione verbale e non verbale è sempre attiva e quei suoni iniziano ad assumere significato legandosi ad un contesto sia fisico che relazionale.
Il bambino non è consapevole di apprendere il linguaggio, in modo spontaneo e naturale inizia a familiarizzare con esso e a farne uso.

Nel caso in cui le lingue a disposizione siano due… non cambia assolutamente nulla.

Prima dei 3 anni il bambino esposto ad entrambe le lingue fin dalla nascita si comporta come se queste fossero parte di un unico sistema, non è in grado di distinguere i due codici, le apprende come se il linguaggio fosse unico, esattamente come fa il bambino monolingue, per questo usa contemporaneamente e mischiandoli insieme termini di entrambe le lingue, ciò vale anche per le regole grammaticali.

La quantità di parole di una lingua e dell’altra che utilizzerà potrebbe essere variabile, anche in funzione del fatto che l’esposizione potrebbe non essere equilibrata privilegiando una lingua rispetto all’altra, ma la quantità di parole totali che apprenderà sarà la medesima dei bambini monolingue. 

Il rallentamento nell’apprendimento del linguaggio nei bambini bilingui è quindi solo apparente, saranno presenti pochi vocaboli di una specifica lingua, ma la quantità totale di parole apprese perfettamente in media rispetto all’età.

Torniamo ai late talkers.
Anche nei bambini bilingui può verificarsi un effettivo ritardo nello sviluppo del linguaggio, come potrebbe essere presente un Disturbo Specifico del Linguaggio (DSL), in questi casi verrebbe da pensare che l’esposizione a due lingue rappresenti una condizione di ulteriore svantaggio data dal sovraccarico di termini e regole da apprendere e aggravata dal fatto che occorre distinguere due codici diversi utilizzati arbitrariamente per esprimere gli stessi significati: ci sono almeno due parole diverse per chiamare ogni cosa e queste due parole fanno parte di contesti linguistici differenti.

Nonostante sembri poco intuitivo, diversi studi hanno dimostrato che l’incidenza dei DSL o dei ritardi nello sviluppo del linguaggio non varia tra bambini bilingui e monolingui e che nel caso dei DSL si evidenziano le medesime difficoltà in entrambe le lingue, inoltre, miglioramenti ottenuti attraverso interventi effettuati su una sola delle due lingue sono riscontrati anche nell’altra.

Dott.ssa Sara Tronati
Psicologa. Psicodiagnosta in ambito neuropsicologico evolutivo.

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