Questo sito utilizza i cookie. Proseguendo nella navigazione si acconsente all’utilizzo dei cookie in conformità con i termini di uso espressi nella policy visualizzabile al pulsante "Policy".

Psicologia Clinica

Modulo Contatti

Contatti

Temendo che potesse sfuggirmi la natura del suo problema, il mio primo paziente alcolista pensò bene di presentarsi già brillo in seduta. Ed erano appena le 11 del mattino.

Lavorare con gli alcolisti costringe il terapeuta a rivedere più volte il concetto di «incredulità»: io ho smesso molto presto di contare le volte in cui ho detto «ma è uno scherzo?». Tra le dipendenze da sostanza, l'alcolismo ha un posto speciale: se tirando una striscia di cocaina siamo subito "drogati" sin dalla prima assunzione, nessuno di noi è alcolista con un caffè corretto o al brindisi di capodanno. Anzi. Non è alcolista nemmeno se alla sua festa di laurea alza un po' il gomito con gli amici. E suvvia, chi potrebbe dire che è alcolista se la stessa persona ripete la sbronza al falò di ferragosto? E poi non vuoi farti un paio di birrette per salutare l'estate? E poi...e poi...e poi...Ecco, il punto è esattamente questo: quando si diventa alcolisti?

Dov'è il limite fra normale consumo, abuso e dipendenza?

E' una diagnosi difficile già per il terapeuta, figurarsi per i familiari e per la persona stessa.
E' questa labilità che consente agli alcolisti di alimentare l'illusione dello SMETTO QUANDO VOGLIO. Non è raro trovare nella storia di questi pazienti tentativi maldestri e "casalinghi" di smettere o almeno tenere sotto controllo la quantità di alcol assunta. Sono tentativi per lo più solitari e destinati al fallimento, ottimi però a minare l'autostima del paziente e le sue relazioni con i familiari e dare così all'alcolista una infinita serie di buone ragioni per ordinare cicchetti di whisky a ripetizione.

BEVI RESPONSABILMENTE, dice la pubblicità.
E se non lo fai, significa che sei un irresponsabile e incapace di controllarti.
Quanti di noi sono disposti ad ammettere le proprie debolezze e i propri errori in modo così franco? E' per questo che gli alcolisti, invii più o meno coatti a parte, giungono in terapia dopo molti anni. Anni che a volte vanno contati nell'ordine di decenni.
Quando poi finalmente entrano nella stanza di terapia, tentano ogni manovra possibile per tenere la bottiglia fuori dalla porta.
Numerosi saranno i tentativi di ubriacare il terapeuta con i racconti di tutti i comprensibili e dolorosi disastri che hanno lastricato la via verso la bottiglia. E notevole sarà la tentazione del terapeuta di cadere nella rassicurante trappola di un'ottica lineare secondo cui rimossa la dolorosa causa remota, si rimuoveranno automaticamente anche i suoi effetti.

Lanciarsi in questa archeologica ricerca servirà solo ad alimentare l'illusione di un lavoro nel profondo che avrà come unico risultato l'allontanamento dall'obiettivo principale: trovare un nuovo e più funzionale adattamento in una persona che ormai ha una malattia cronica. Tale è, infatti, la condizione dell'alcolista: non si smetterà mai di esserlo.
Si può invece smettere di essere alcolizzato, a patto di accettare l'idea drastica di non assaggiare mai più un goccio di alcol. Non potrà più esistere alcun brindisi ai compleanni, niente più aceto sull'insalata, niente più babà. Nemmeno le birre analcoliche vanno bene: analcoliche non lo sono affatto, contengono piccole quantità di alcol che in un alcolista possono favorire la ricaduta.
Tutte condizioni che è necessario esplicitare in prima seduta e tenere sempre presenti nel corso del processo terapeutico. Soprattutto all'inizio la relazione terapeuta-paziente si caratterizza per questo braccio di ferro: l'alcolista tenta il terapeuta con attraenti elementi assolutamente adatti a giustificare l'alcolizzazione, il terapeuta deve tenere sempre il timone saldo fra le mani.
Il tema del CONTROLLO SULL'ALTRO è centrale nella vita dell'alcolista.
E' un tema che ci riguarda tutti, a partire dalla nostra prima fondamentale relazione: quella con la madre. Un bambino molto piccolo dispone della quasi totale dedizione della madre: si lamenta e verrà nutrito, piange e verrà consolato. Con il passare dei mesi, però, tale onnipotenza si allenta: è il presupposto fondamentale affinché possa svilupparsi la necessaria autonomia.
Perdere l'onnipotenza dispiace a tutti, ma a qualcuno dispiace di più.

Alcuni non si rassegnano all'idea che una relazione autentica con l'altro è fatta, anche, di capacità di poter tollerare la frustrazione, differire il desiderio, incuriosirsi delle differenze. E' in questa ostinazione che trova terreno fertile la dipendenza e l'alcolismo: non ci si arrende all'idea dell'impotenza e si preferisce rinunciare alle persone, dedicandosi in una vera e propria relazione con l'oggetto inanimato. Perché quella fra la bottiglia e l'alcolista è una vera storia d'amore e, come nell'innamoramento, all'inizio dell'alcolizzazione la soddisfazione è assoluta. La bottiglia è sempre a disposizione, pronta e capace di placare angoscia, ansia, stress, di far dimenticare timidezze, timori, indecisioni, dispiaceri.
E' la LUNA DI MIELE DELL'ALCOLISTA.

La bilancia del potere ci mette un po' a capovolgersi. Accade un grammo alla volta, in modo impercettibile per l'alcolista e per chi gli sta intorno. Alla fine, però, accade: l'alcolista non è più il controllore, E' IL CONTROLLATO. Tutta la sua vita, le sue azioni, le sue relazioni ruotano intorno alla bottiglia. Può isolarsi da tutto e tutti per respingere le critiche o circondarsi di compagni di bevute, disposti ad aderire acriticamente al suo stile di vita.
E' incredibile come un oggetto inanimato possa assumere tanto potere. Ed è proprio l'incredulità il sentimento che spesso guida le prime azioni dei familiari dell'alcolista.
Sembrano pensare
«Come accidenti è possibile che quella bottiglia di birra abbia più importanza del mio amore per te?»

Così capita frequentemente che i partner entrino prepotentemente in questo perverso gioco di potere e controllo, diventando, loro malgrado, complici di un circolo vizioso e ricorsivo che ha come unico effetto quello di mantenere la dipendenza.

Così nella stanza di terapia arriva un paziente alcolizzato, con una salute fisica più o meno compromessa, un lavoro in pericolo, relazioni per lo più compromesse e una famiglia spesso stanca e furibonda. 

E' in questo inferno che il terapeuta deve mettere ordine, trovare risorse, attivarne di esterne, e a volte pure inventarle.

Così ci sarà la psicoterapia, individuale e familiare, può esserci la comunità, il ricovero per la disintossicazione, gli Alcolisti Anonimi, lo yoga, persino la squadra di calcio dell'oratorio: questo e altro può essere utile.

Nella mia esperienza ho avuto a che fare con alcolisti di lunga data, persone che avevano iniziato a bere persino da prima che io nascessi. Persone considerate per lo più all'ultima spiaggia. Non sono storie di miracolosi salvataggi né mi attribuisco poteri di guarigione particolare.

Sono terapie difficili, a volte quasi "avventurose", fatte di responsabilità e scelte, mie e dei pazienti.
Ma sono storie che finiscono bene, vite che recuperano speranze e possibilità.
Una chance che tutti dovrebbero correre il rischio di giocarsi.

Dott.ssa Ada Moscarella
Psicologa. Psicoterapeuta. Psicodiagnosta.